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Attilio Quintili, dalla tradizione alla “SOCIOLOGIA VISIVA”
Due
cose, almeno, mi preme sottolineare in questa breve presentazione.
Innanzitutto, la soddisfazione d’aver avuto l’occasione di scrivere
su un autore – finora misconosciuto – il cui valore è certamente a
livello di altre presenze che stanno delineando in Umbria un profilo di
eccellente qualità nel rinnovamento della maiolica dipinta, da radici
propriamente tradizionali, costituite nel nostro caso da un centro così
importante come deruta.
Il Quintili è un fenomeno interessante perché abbina
strutturalmente il suo esser nello stesso tempo artista e maiolicaro con
specifici utensili, manualità e una sua propria bottega. Situare da
subito Attilio Quintili nel suo “habitat” naturale, e cioè nella
sua terra d’origine che è Deruta, un luogo così fortemente connotato
dalla ceramica per antica tradizione non è soltanto anteporre un
semplice dato anagrafico a
un impatto critico. Il Quintili a avuto a che fare con quella ceramica
fin da anni giovanili mentre il suo operare in quell’arte, in quel
materiale, in quelle tecniche è stato sempre salvaguardato da scelte
molto personali, coltivate direi con riservatezza, in una specie di
riserva indiana di elementi ceramici essenziali, nella stigmatizzazione
di argille con equilibri stabili. In questo il Quintili è stato
coerentissimo, rigoroso senza compromessi con il dominante gusto
naturalistico imperante a deruta e ne sta segnando il dopo.
Ha capito molto presto quel che può essere il valore
contemporaneo di una stratificata tradizione d’artigianato e d’arte.
Sull’utilizzo delle forme e della materia, sulla loro ricomposizione
reinventata, qualche suggerimento può essere pervenuto dagli studi
universitari oggi oggetto di nuova analisi, studio e d’esibizione con
un approccio mentale, ribaltando quel naturalismo ancora oggi
riscontrabile nell’operare degli artefici.
In tale direzione subito sono presenti indicazioni di
“SOCIOLOGIA VISIVA” e assai prima che quest’ultimo fenomeno
venisse finalmente, analiticamente connotato in anni recenti. Ma anche
nell’accezione di “Sociologia Visiva”, nel suo raccontare la
storia dell’uomo il Quintili s’è fatto carico di una
stratificazione culturale anche complessa che ha attraversato i secoli.
Non è poi così essenziale, magari, che Quintili possa affermare di non
avere frequentato o recepito così consapevolmente certi movimenti
d’arte contemporanea d’avanguardia, ma una ricezione critica della
contemporaneità può avvenire non solo per il tramite di mostre e
saggi, ma anche per ricezione di immagini improvvise, di lampi
cognitivi, di antenne vibranti persino inconsce.
D’altronde la frequentazione della facoltà di scienze
Politiche a Perugia gli ha fornito un inquadramento storico-sociale
testimoniato anche dagli stessi titoli delle opere che raccontano un
ritorno all’indietro, una riduzione alle particelle più elementari,
in cui la sociologia è intesa come scienza empirica avente per oggetto
il comportamento osservabile da gruppi umani, che vede nella storia, cioè
nei fatti storici, una specie di laboratorio della sociologia,
dell’economia, della politica, della linguistica.
Ne nascono i “circoli quadrati”, gli andamenti liberamente
allineati e ordinati negli assi orizzontali e verticali,
nell’importanza di un’intima matematica in cui il cerchio ha
importanza come fattore di ordine e equilibrio.
Inquietante diventa tutta
questa situazione nel tentativo di ricomporre in armonia il caos delle
cose dove è soltanto la forza dell’artista che da tale complessità,
perviene ad una specie di ricongiunzione nell’armonia, ad una parvenza
almeno momentanea di pacificazione, di metamorfosi dove accadono momenti
di quiete nell’ineluttabile destino dell’umanità in cui il
movimento nello spazio/tempo sarà possibile solo in senso circolare,
ossia su se stesso ed in cui gli oggetti matematici non sono né entità
reali, né tanto meno qualcosa di irreale. Essi sussistono
potenzialmente nelle cose sensibili e la nostra ragione li supera
mediante l’astrazione.
Deruta
settembre 2006
Miriam Zonaria
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