Lorenzo Fiorucci, Dalle esplosioni al kauwa auwa, il percorso spirituale di Attilio Quintili.

tratto da: Attilio Quintili – kauwa-auwa – 2019

Dalle esplosioni al kauwa auwa, il percorso spirituale di Attilio Quintili
Lorenzo Fiorucci

Presentandosi al museo archeologico di Terni, Attilio Quintili si confronta per la prima volta in modo strutturato con i frammenti artistici di un passato che ci appare “magico”, fatto di forme, simboli e immagini mitologiche che animano i reperti del museo. Frammenti i cui codici linguistici spesso si sono persi nell’oblio del tempo pur mantenendo inalterato il fascino per una perizia tecnica e dovizia di particolari che sempre più rare sono nell’espressioni figurative del nostro tempo. Per quest’occasione Quintili ha elaborato un’esposizione che più che una semplice presentazione delle sue ultime opere appare in verità la somma di un percorso individuale che affonda le proprie radici nella sfera spirituale, trovando sostanza in una riflessione giocata tra simbologie duali, significati allegorici e visioni archetipiche. E proprio recuperando un archetipo dal forte valore sacro e simbolico, come l’asse cosmico o il Kauwa auwa, il bastone sacro su cui la civiltà australiana degli Achilpa si riuniva per dialogare e evocare l’unità tra la sfera celeste e quella terrestre, che Quintili si interroga in un virtuale dialogo tra passato e presente sull’efficacia di un simbolo che permette l’unità contro ogni divisione sociale, politica culturale e naturale del mondo. Egli interroga non solo se stesso in quanto artista, ma l’arte in quanto strumento, la cui efficacia appare vanificata se privata da quella componente sacra e simbolica che da sempre le civiltà passate gli riconoscono. Gli ambienti del museo archeologico di Terni, così ricco di storia e densi di derivazioni passate, fungono dunque da sede ideale per una mostra che più che assecondare una visione retinica dell’arte vuole in realtà stimolare lo spirito e la mente dell’osservatore, interrogare l’arte e gli strumenti dell’opera, al fine di recuperare valore e dignità a ciò che per lungo tempo è stato confinato a pura merce.
Allo stesso modo lo spazio offre una motivazione ulteriore per l’artista spingendolo a presentare una narrazione che mette in evidenza, forse come non mai, il percorso iniziatico che trova nella meditazione e nella formazione di simboli archetipici, il lavoro di Attilio Quintili. Da anni infatti l’intensa ricerca dell’artista umbro trae origine da un processo originario, quello delle esplosioni che nel 2015, quando me ne occupai per la prima volta in occasione della mostra Terrae, paragonai allegoricamente alla descrizione che Esiodo fece nella Teogonia della nascita dell’universo, individuando due momenti germinali che costituiscono il Chaos primordiale, “lo spazio beante”, cioè lo scoppio che da inizio al processo da cui nasce la Terra madre, quindi l’atto generante, e l’ Eros cioè l’impulso irrefrenabile, il desiderio della creazione. Su questa direttrice che trovo ancora attuale per circoscrivere l’origine processuale delle esplosioni di Quintili, e che in definitiva assumono un valore cosmogonico, appunto creazionale a tutti gli effetti, va necessariamente associata una lettura meditativa, per certi aspetti psicologica se non addirittura psicanalitica nel recupero Junghiano del simbolo come archetipo. Su questa prospettiva occorre infatti individuare le origini dei significati intenzionali che affiorano in quella dimensione di casualità che inevitabilmente emerge e compone il processo innescato dalle esplosioni.
Casualità più volte invocata per circoscrivere il fenomeno, che ancora nel 2015 e poi ancora pochi mesi fa nel 2018 per Keramikos, riconducevo ad una stretta continuità ideale e linguistica, più che temporalmente prossima, al fenomeno Informale in cui andava tuttavia evidenziandosi sempre più una posizione spirituale consapevole.
Nessi con l’Informale di cui sono ancora oggi convinto, supportato nel mentre da altri contributi tra i quali quello più autorevole di Enrico Crispolti, che registrava nel 2016 come l’artista: “sente, peraltro non impropriamente, come di «tornare all’origine della materia», dunque «annullando la progettualità della forma»”.
Mettendo in prospettiva gli sviluppi della ricerca di Quintili, fino agli esiti attuali, occorre in verità scendere più in profondità nell’analisi del suo lavoro, qualificandone ulteriormente il senso e rintracciando in alcuni elementi, quegli indizi necessari per circoscrivere maggiormente il campo d’azione.
Elementi che trovano in primis proprio nella scelta del materiale: l’argilla, la connessione con la sfera naturale. Una materia che custodisce in se anche l’acqua purificatrice e su cui si innescano relazioni con gli altri elementi che intervengono nel processo: il fuoco e l’aria delle esplosioni, intesi rispettivamente come scintilla creativa e il dinamismo nello spazio della materia generante, a suggerire quasi una lontana fascinazione futurista.
Il processo esplosivo racchiude dunque gli elementi naturali primari, a questi si aggiunge la pulsione irrazionale, la spinta che è l’eros creativo dell’azione artistica.
Una libido metamorfica che libera le forme energetiche vitali nell’informe, il quale rimane l’approdo ad una dimensione universale capace di trasformare l’istanza inconscia della pulsione in atto estetico definitivo. La medesima pulsione che Maurizio Calvesi rileva anche nei maestri dell’espressionismo astratto americano e dell’informale europeo, seppure attraverso una lettura di sintesi psicologica tra Freud e Jung, individuando le matrici pulsionali in Pollock, Burri ma anche Fontana e Bendini fino a “tutta la situazione post-informale dell’istintivismo ed energitismo «povero» o land-tistico”. Impulsi che per lo studioso romano non sono solo derivazioni inconsce, ma “oggettivazione dell’energia libidica in espansione e trasformazione, e più in generale energia psichica al livello di stati d’animo e sentimenti; così intesa l’intuizione può essere estensibile alla pittura e scultura”. Un’osservazione che pare assecondare anche la metamorfosi alla quale Quintili sottopone la materia fino al raggiungimento di una forma unificante. Il problema per l’artista derutese è semmai il superamento della dualità che permane nell’utilizzo dei diversi materiali impiegati per lo scoppio. Se infatti con l’informale l’artista raggiunge l’universalità del linguaggio, il passaggio successivo è l’annullamento delle dualità a cui cromaticamente ancora le esplosioni rimandano. Il bianco della porcellana si alterna come in una scacchiera, al nero del bucchero giocando in un’alternanza positivo – negativo, uomo – donna, che mantiene ancora una separazione. Per approdare all’unità quindi l’artista abbandona la materia prima, la terra, adottando un altro strumento simbolico come la scacchiera, che trova sintesi nell’integrare con il nero le caselle bianche e viceversa. La somma cromatica conduce ad una scacchiera completamente grigia in cui l’artista raggiunge il superamento degli opposti. Un percorso spirituale, che trova nell’arte lo strumento essenziale attraverso cui giunge alla pacificazione delle proprie pulsioni in un’attività meditativa ritualistica. La scacchiera infatti riconduce ad un archetipo, l’alternanza tra la luce e l’oblio, l’eterno gioco di sopraffazione tra il bianco e il nero, ma ancor più manifesta il simbolo del pensiero come esercizio silenzioso, meditativo appunto, in cui si ragiona e talvolta si pianifica, anche la guerra. Un gioco tuttavia in cui sussiste una possibilità di parità che è il vero obbiettivo dell’artista, trovare un punto di equilibrio tra istanze opposte è dunque su questa linea che si rivela la ricerca ermetica di Quintili. Una parità che è sospensione, temporale e spaziale, in cui il grigio della tela assorbe in se ogni pulsione emotiva annullandola in una pacificazione interiore raggiunta attraverso la contemplazione spirituale. É questo in fondo il nesso causale che spinge l’artista ad una soluzione radicale e ad un cambio di materia e di tecnica dopo aver raggiunto il massimo della tensione creativa, dell’eros germinale attraverso le esplosioni. In questo senso egli approda ad un silenzio speculativo della mente che certifica il punto di equilibrio tra tensioni antitetiche e contrarie.
Con questa mostra l’artista suggerisce dunque una risposta agli interrgotavi iniziali contro ogni dualità, ed è un percorso certo non lineare, ma semmai spiraliforme e circolare, animato da ambiguità e illusioni che appaiono costantemente a minacciare e a distogliere colui che accetta di inoltrarsi nel cammino della vita, verso una piena consapevolezza.
Un percorso che trova un punto di incontro nell’asse cosmico, nello strumento magico di connessione tra l’altro e il basso, un’antenna eretta a vessillo di collegamento tra la vita e la morte, ma più ancora è il dispositivo sacro per il raggiungimento definitivo di un equilibrio tra uomo e natura, tra esseri e mondo rimettendo in asse ogni squilibrio e divisione, il Kauwa auwa, talmente centrale per il popolo australiano che l’eventuale perdita del sacro asse, rendeva la vita inutile di essere vissuta.

[1] Terrae. La ceramica nell’Informale e nella ricerca contemporanea, a cura di Lorenzo Fiorucci (Città di Castello, Pinacoteca comunale, Palazzo Vitelli alla Cannoniera 22 agosto-1 novembre 2015), Silvana Editoriale, Cinsello Balsamo 2015, p.80

[2] Keramikos 2018. Percorsi attuali sulla scia di quattro omaggi storici. Omaggio a Giacinto Cerone, Giuseppe Pirozzi, Amilcare Rambelli, Franco Summa, a cura di Lorenzo Fiorucci, (Viterbo, ex Mattatoio, Centro Culturale di Valle Faul, 6 ottobre-4 novembre 2018), Freemocco, Deruta 2018, p.38

[3] Enrico Crispolti, Bianco esploso a Faenza, in Attilio Quintili Off White Bianco Sporco, a cura di Anty Pansera (Faenza, Rotonda dell’architetto Galli Muky, 2-4 settembre 2016), Freemocco, Deruta 2016, p.9

[4] Cfr. Maurizio Calvesi, Duchamp invisibile. La costruzione del simbolo, Officina edizioni, Roma 1975, pp.21-22

[5] Ibid., p.24

 

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