Il silenzio del pieno – testo di Antonella Pesola

La potenza invisibile del sentire

Antonella Pesola

Quello che Attilio Quintili e Luca Costantini compiono è il tentativo di far percepire un territorio ibrido che vive di dati tangibili ed entità illusorie: le “opere” (suoni e ritmi reiterati) sono difatti avvolte da questa rarefatta dicotomia propria della creazione, che rende il clima della percezione privo di ogni tempo reale, da cui emergono ambienti sospesi che fanno irrimediabilmente scaturire interrogativi sullo spazio e sul tempo. Un tempo che scorre senza soluzione di continuità, dando l’illusione che qualcosa possa accadere o suggerire un episodio del naturale ciclo dell’esistenza già accaduto. Una storia in divenire, quindi da erigere ex novo. Una storia “non accaduta” che galleggia nell’aria e nel pensiero, che non ha niente di circoscritto, ma che ha un limite del tutto dilatato, disposto a decodificazioni non rigide.

Arte sensibile o sovrasensibile? Ricercato prodotto della corporeità o paradigmatico linguaggio metafisico? Il dilemma attraversa come un fiume carsico la riflessione sulla musica e il suono in genere e lo fa trovando posto, in vesti e sembianze diverse, in contesti storici e culturali anche distanti tra essi. I dibattiti sull’interpretazione del significato del fenomeno sonoro sono molteplici certo, ma forse riconducibili a due: il carattere aereo, sfuggente, quasi impalpabile e irreale del suono, che scompare nel momento stesso in cui sorge, unitamente ad un’oggettività a sé stante e all’apparente autoreferenzialità del linguaggio musicale, che sembra non avere alcun appiglio alla realtà ‘esterna’; da un lato l’esigenza di garantire una dignità ‘concreta’ ed empiricamente giustificata alla musica stessa, evitando, pur con una forte fiducia nel sapere di una scienza di matrice prima galileiano-newtoniana e poi positivista, di cedere a sovrabbondanze immaginative e romanticheggianti.

L’interscambiabilità delle opere di Costantini e Quintili  ci propone in quali termini  oggi è possibile parlare di una relazione tra suono e immaterialità e in quale modo un’arte come la musica, che comunque si serve di materia e fisicità per venire all’essere, è stata messa in relazione e può, eventualmente, ancora essere messa in relazione , con immaterialità e spiritualità.

La performance è costruita a tinte contrapposte. I due artisti “sfruttano” tutto lo spazio muovendosi a proprio agio nelle più disparate direzioni. Spiazzante in questo senso la parte di No future, in cui i due protagonisti fanno emergere progressivamente una massa sonora (le esplosioni) che finisce per saturare lo spazio acustico (in senso figurato), per poi spegnersi improvvisamente.

In questa modalità è innovativo l’approccio al luogo in cui si esplica il “suono” dove il dialogo tra gli artisti è piuttosto intenso. Lo spazio fisico e, soprattutto, la storia vissuta dagli oggetti in quella superficie diventano materiali preesistenti il lavoro artistico, guidando l’aspetto della creazione, influenzando la narrazione e la drammaturgia. Il luogo in cui si suona ci preannuncia di cosa parlerà l’opera. In questo caso, attraverso i mezzi tecnologici, possiamo “camminare” negli ambienti che diventano essi stessi protagonisti.

Attraverso i suoni improvvisi e ripetitivi, in una volontà di catarsi si possono rievocare le fasi di un incubo o allucinazione, cercando di far emergere gli stadi mentali, anche di malessere per giungere ad una fase liberatoria. Forse questo reset rappresenta una rinascita: un ritorno a una realtà positiva. All’estraniamento e allo stordimento segue il risveglio, perciò al periodo di riposo in uno stato di sospensione della coscienza e delle funzioni del corpo subentra il ritorno ad uno stato di cognizione e consapevolezza. Le visioni, le allucinazioni degli artisti sono, probabilmente, anche metafora della confusione dell’individuo, o della collettività, che spesso attraversa periodi di incoscienza e stagnazione spirituale.

In questo specifico caso è determinante il dialogo con il più importante partecipante al progetto: l’ambiente dove si svolge “l’azione”. Questo spazio fisico è saturo di tracce della vita nel passato, ma anche quella che si sta svolgendo. In questo senso, l’artista si mette in ascolto nello/dello spazio. In altre parole, il luogo può essere una cassa di risonanza per il pensiero dell’artista, perché è nello spazio fisico che risuona la musica, la parola o viene proiettato un video; inoltre il luogo può essere considerato anche una struttura primordiale dell’opera artistica.

L’eccesso di suoni e rumori seppellisce, sotto una lobotomica cacofonia, la possibilità che il pensiero sia ancora solidale con la realtà; ma la bellezza dell’arte, quella vera, risiede spesso proprio nel suo essere silenziosa, laddove il silenzio stesso dell’immagine finisce per essere una sua qualità intrinseca. Un silenzio che prescinde dal commento. Nel suo essere ossessiva, narcisistica e solitaria, questa arte è un’attività appartata che, solo successivamente viene condivisa con il mondo.

Gli spazi della mente rappresentano ancora, la frontiera dell’immateriale in cui navigare per essere unici in una molteplicità.  L’arte è assioma centrale di questo viaggio, è traduzione in forma di idee e conoscenze, è carne, sangue e ricordo impressi come un marchio indelebile sulla superficie dell’opera. In fondo all’anima della macchina umana, in qualsiasi momento della sua storia, il fragile essere senziente ricorda la prima volta che, assumendo la posizione eretta, ha cercato di guardare oltre l’orizzonte.

L’arte è vicino alla scienza e le ha regalato traguardi tangibili. La declinazione con il mondo dell’immagine e dell’immateriale forse non è poi così distante. La scienza ci ha condotto pian piano all’impalpabile ed etereo mondo virtuale in una sempre più repentina contaminazione tra la fruizione del servizio e l’introiezione del suo godimento estetico. L’immagine, svuotandosi di un suo contenuto semantico sia avvia al processo di estetizzazione che invade il nostro senso di realtà.

L’ “azione” di Costantini e Quintili, per le sue capacità di coinvolgere i sensi in un luogo saturo di “storia”, rende manifesta una condizione che condividiamo, cioè quella di essere noi stessi media, di essere conduttori di immagini, di esserne persino posseduti.
Il linguaggio diventa quindi sempre meno decodificabile allontanandosi dal suo vocabolario. Non ci sono più regole, ma l’augurio di una presa di coscienza che i  “volumi” che definiscono nuove spazialità generano “campi sensoriali” soggettivi che mettono in scena tensioni, espansioni e negoziazioni dello spazio tra il “vuoto” e il “pieno”, tra il “nulla” e il “tutto”, del resto facce di una stessa medaglia.

 

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