Il silenzio del Pieno – testo di Andrea Baffoni

Da Freemocco a Nuovoh Anticoh Usatoh: l’inusuale dimensione del rumoroso silenzio

Accade nell’arte come nella vita che certi incontri generino esperienze inaspettate aprendo nuove possibilità di scambio e fruizione. Proprio nell’ottica di un tale arricchimento opera a Deruta la Freemocco’s House di Attilio Quintili, un semplice appartamento dove artisti, locali e non, vengono invitati ad allestire mostre/happening di una sera, in una dimensione conviviale in cui l’unica cosa richiesta è di svincolarsi il più possibile dalle consuetudini, favorendo in tal modo la riappropriazione della libertà espressiva quale unica vera ricchezza posseduta e troppo spesso annichilita nei contesti ufficiali.

Artisti, critici, professori, semplici appassionati, curiosi, amici, “gente di strada” e, ogni tanto, qualche collezionista si incontrano in questo piccolo rifugio per spiriti creativi, il piu delle volte nell’inconsapevolezza di ciò che vedranno; parlano di cose serie e non, d’arte e di tutto ciò che gli passa per la testa e intanto cresce il fermento, insieme allo spirito della scoperta e dell’emozione che solo l’arte riesce a dare quando è sincera, senza secondi fini o, perlomeno, quando il fine non è tanto l’interesse quanto l’incontro stesso.

Freemocco’s House ricorda le case d’arte che nascevano nell’Italia del primo dopoguerra, in una dimensione di povertà materiale dove gli artisti, esclusivamente spinti dalla personale esigenza espressiva, si riunivano per mostrare i propri lavori, declamare poesie, recitare, scambiarsi opinioni, dibattere, litigare e progettare insieme il futuro. Sopravvivere al “nulla” da cui si sentivano circondati, colmare il “vuoto” delle istituzioni, rischiarare il “buio” dello smarrimento esistenziale. Dagli incontri nascevano storie, emergevano idee che si diffondevano varcando i confini nazionali. Fu in questo modo che nel 1917 Tristan Tzara scoprì le serate futuriste romane, quelle improvvisate proprio negli spazi non ufficiali delle case d’arte. Era stato Alberto Spaini a conquistarlo, una sera come altre a Zurigo, in compagnia di nomi che sarebbero diventati storia quali Ugo Bal, Hans Harp e Marcel Janco, recitando poesie in stile marinettiano nella sua Galerie Dada: “due stanzette al secondo piano di una disadorna casa d’affitto in una traversa della Bahnhofstrasse di Zurigo”. Proprio così Spaini ricorda quello spazio di scambio e creatività, primo nucleo di un dadaismo nascente che avrebbe cambiato le sorti dell’arte. Due stanzette dove attraverso la circolazione delle idee i sogni diventavano realtà, prendevano forma opere che alimentavano il meccanismo delle mostre innescando rinnovati interessi e prospettando un avvenire di rinascita.

Forse non è un caso che quasi un secolo dopo la Freemocco’s House – due stanzette e un bagno al secondo piano di una casa in via Vincioli nel centro storico di Deruta – abbia ospitato una serata dadaista con l’intento di risvegliare gli animi all’arte dell’improvvisazione e della libertà espressiva, perché proprio come Dada Freemocco lavora fuori dalle gerarchie. Ed è così che una fredda sera di gennaio 2013 ha aperto le porte all’happening di Luca Costantini e Serenella Lupparelli, esponenti di un’arte dai risvolti concettuali estremizzata attraverso la poetica del nero, inteso come buio o come macchia di colore in espansione. Un’esperienza che non ha lasciato tracce tangibili poiché le opere vivevano nell’inconsistenza temporale del loro stesso sviluppo. Di tale serata restano solo le emozioni di chi era presente, oltre al consueto catalogo in tiratura limitatissima – per questo preziosissimo – dove chiunque può leggere le ragioni della mostra. Ciò che conta, tuttavia, è proprio il carico emozionale suscitato, la sorpresa che genera l’idea per passare allo stadio successivo, e questo è quanto successo, permettendoci di giungere alla strana esperienza d’adesso, dove per la prima volta Freemocco esce dalle due stanzette derutesi adattandosi ad uno spazio altrettanto inconsueto e ricchissimo di spunti: il mercatino dell’usato di Daniele Brufani. Un segno dei tempi, la crisi imperante d’inizio millennio – crisi di denaro, ma soprattutto di valori umani – ci riporta alla necessità dello scambio, non solo in termini di esperienze, ma anche di oggetti. C’è bisogno di mercanti non di critici; di chi sappia vendere la merce non parlarne; perché senza scambio anche l’arte muore, invischiandosi nella palude della noia e in una depressione esistenziale senza fine.

Quella sera di gennaio Luca Costantini presentava il proprio testamento ideologico con un’opera più sonora che visiva intitolata No future, composta da un pannello su cui era riportato questo stesso titolo attraverso semplici forature, come si trattasse di una cassa acustica. Da essa emergeva, reiterata fino all’ossessione, la frase “no future”, pezzo conclusivo dello storico brano dei Sex Pistols God Save the Queen (1977), emblema della ribelle generazione punk. Il No future di Costantini era – ed è – una scultura sonora che richiamando lo spirito di una generazione rabbiosa, spinta a negare il domani per mostrare alla società la sua stessa inconsistenza, manifestava l’essenza di una poetica del buio quale metafora di vuoto esistenziale calato nel concreto di una denuncia sociale tutt’oggi valida.

Parallelamente, ma in modo assai diverso, il tema del vuoto era entrato da qualche mese anche nel lavoro di Attilio Quintili, attraverso la definizione di una metodologia scultorea dove una materia primaria come l’argilla veniva indirettamente plasmata con processi esplosivi controllati. L’intento dell’artista era quello di restituire alla materia l’energia primordiale da cui era stata prodotta, l’esplosione in tal senso sarebbe stata metafora di evento generativo che agendo su un elemento come l’argilla avrebbe prodotto forme plastiche spontanee e cavità allusive al passaggio tra la pienezza dell’oggetto tangibile e il vuoto quale dimensione metafisica dell’essere.

La natura tridimensionale della scultura si articola dunque non più solo in termini di spazio, ma anche di tempo, commisurandosi all’evento esplosivo generatore di senso e spingendo Quintili verso il concepimento di una parallela opera dove l’unico elemento è ora costituito dal suono stesso dell’esplosione. Quest’ultima è tanto un mezzo per trasformare la materia quanto un elemento di per sé carico di senso compiuto e trova nel No future di Costantini un’inaspettata possibilità di dialogo concretizzatasi in questa mostra evento dove già dal titolo, Il silenzio del pieno, si allude a un paradosso in termini che sublima il messaggio di un’arte capace di ridursi al minimo pur riempiendo totalmente uno spazio di per sé saturo.

Il silenzio nasce dall’impossibilità di andare oltre ciò che nel tempo è stato detto; il pieno è il luogo stesso, carico fino all’inverosimile di oggetti, alcuni nuovi, altri antichi, altri usati; categorie applicabili anche all’arte. Il pieno è l’eccesso del presente riflesso nel mercatino quale luogo di recupero per un’enorme quantità di usato, frutto aberrato della società dei consumi e meta privilegiata a basso costo per il popolo della crisi.

In tale moltitudine, in questo eccesso, una mostra d’arte perderebbe di senso se volesse riempire i pochissimi spazi vuoti con ulteriori oggetti, ma l’intervento di Costantini e Quintili elude tale rischio concretizzandosi come esclusivo intervento sonoro. Il senso del messaggio è interamente affidato al suono: il No future riecheggia ossessivo tra gli oggetti, reiterato, eccessivo, a tratti fastidioso ma, proprio per questo, efficace, e scava nelle coscienze preparando il terreno per l’esplosione, inevitabile traguardo della contestazione; le bombe esplodono e trasformano la rabbia in tragedia. Alla musica distorta dei Sex Pistols si sovrappone il rumore delle esplosioni con cui Quintili realzza le propie sculture ceramiche, non c’è più la materia, è rimasto solo il rumore, anch’esso reiterato fino all’ossesso. L’opera adesso è completa e il sodalizio artistico ha dato origine ad una vera e propria “scultura sonora” che amancipandosi dalla forma dilaga nello spazio trasformando il luogo in contenitore di senso artistico.

Da un lato il No future quale provocatoria negazione del domani riflesso nell’eccesso oggettuale e nel ritorno all’usato come impossibilità di andare verso il nuovo; dall’altro l’esplosione quale richiamo all’atto generativo cosmico, momento germinale da cui deriva l’esistente – non per ultima la moltitudine di oggetti – e triste richiamo alle armi, effetto collaterale di una civiltà materialista votata alla conquista del potere.

Da oggi il mercatino Nuovoh Anticoh Usatoh di Daniele Brufani diviene appendice d’elezione per l’attività artistica di Freemocco, che segna un nuovo passo avanti nell’affermazione di una propria autonomia sperimentale estranea agli asfittici sistemi delle istituzioni e piena di entusiasmi propositivi.

Andrea Baffoni, Deruta, giugno 2013

 

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