Enrico Crispolti: Bianco esploso a Faenza

tratto da Attilio Quintili – Bianco Sporco – 2016

Bianco esploso a Faenza
Enrico Crispolti

Da quando, all’incirca un paio d’anni fa (archiviando completamente proprie ben sperimentate abilità di una familiare alta tradizione ceramica artigiana umbra, che investiva tutto in abilità di manipolazione cromatica, fra vernici e lustri, anche confrontandosi, occhi e memoria, con suggerimenti trattatistici rinascimentali del famoso Piccolpasso), Attilio Quintili ha affidato all’occasionalità pur mirata di controllate provocazioni esplosive le prospettive di processo costitutivo di una nuova consistenza configurativa di proprie originali proposte espressive, di fatto istintivamente (per quanto dirigée fosse l’operazione) ha compiuto un’intrusione immaginativa materica del tutto imprevedibile negli esiti formanti e nelle relative possibili suggestioni.
Quella sua interrogativa provocazione, intuitivamente quanto sperimentalmente originata, lo ha portato infatti ad affidarsi operativamente non più a prospettive elaborative plastiche d’ordine strutturale, formale o a suo modo iconico, ma a trovarsi repentinamente tuffato, d’istinto ma sempre meno inconsapevolmente, per subentrante evidente analogia, entro processi formativi di suggestione cosmogonica, in una totalizzante apparenza d’intrinseca casualità formativa. E si tratta di circoscritte provocazioni esplosive strategicamente applicate sul pane-blocco crudo di mera argilla o refrattario (oppure ora caolino), certamente in qualche misura mirate nella loro collocazione ma per esiti di fatto confidati soltanto alla libertà intrinseca appunto dell’esito esplosivo. E accettati poi testualmente come tali, dunque sperimentalmente fatti propri.
Muovendo per un verso (remoto) dalla sperimentabilità implicita nella propria consistente pratica artigiana fattuale del lustro, e per un altro (assai prossimo) da incontri con provocazioni sperimentali praticate dell’umbro Ceccobelli, all’inizio della seconda decade del 2000, Quintili immagina infatti di mettere in atto, in quelle sue così ottenute “forme inattese”, analogie di “esplosioni stellari”. Attraverso le quali sente, peraltro non impropriamente, come di “tornare all’origine della materia”, dunque “annullando la progettualità della forma”. Alle “origini della materia” come virtualità formativa originaria, che si realizza appunto nell’azione magmaticamente esplosiva del fuoco. E che, quale di fatto vera protagonista di nuove eventualità plastiche, l’artista opera per evidenziare primariamente appunto come tale: come mi sottolinea l’amico Andrea Baffoni.
Il quale due anni fa, in un’impegnata personale perugina (presso Trebisonda), ha tenuto a battesimo critico gli esiti immaginativamente molto suggestivi e a loro modo conformativamente sconvolgenti del primo importante ciclo di esperienze di lavoro nuovo di Quintili. Esattamente di esiti plastici, singolarmente terragni, di una primaria quasi misteriosamente organica consistenza, per trasformazione esplosiva di un’argilla allora in tutta evidenza optata per particolarmente scura, giacché trattata con la tecnica del bucchero. Proposte che, circa un anno dopo, nella criticamente importante lucida rassegna Terrae, sia d’antologia storica della ceramica informale, sia di situazioni operative nuove, proposta da Lorenzo Fiorucci a Città di Castello, hanno avuto il loro riscontro dialettico sul campo, in confronti non soltanto nazionali.
Mentre in questa occasione, di presenza nella rassegna faentina, monograficamente all’interno della Rotonda dell’architetto Galli di Muky, Quintili propone un primo sorprendente incontro con un nuovo e distinto ulteriore momento della propria nuovissima ricerca ceramica, lavorando invece con il caolino puro, la materia più aristocraticamente specifica della porcellana (realizzata ad una ben maggiore altra specifica temperatura). E in tali inediti ma assai mirati nuovi esiti iconico-conformativi, di bianco più o meno assoluto (pur a volte sporcato da tracce ancora di combustione), affidandosi ora a visibilmente più articolate flessuose eventualità costitutive, attraverso la diversa rispondenza della particolare, nobile e duttilissima, materia, alle conseguenze di una più duttile disposizione delle cariche; in una possibile prospettiva di assai diversa risposta di dinamica articolazione materica. E dunque sprigionando infine esiti di una gamma straordinariamente quanto imprevedibilmente modulata, si direbbero quasi ondosamente spumeggiante o eolicamente trascinata. Esiti di una casistica di informalità dinamiche, pur in una sostanziale suggestione di originario, appunto cosmogonico, intrinseco vitalismo materico, come fissato al culmine di un dinamismo imprevedibilmente neoformativo. Che il bianco totalizzante imprevedibilmente così conformato esalta in tutta una sua ulteriore possibilità di suggestione metamorfica cosmogonica archetipa.
Sono esperienze che, nel loro assunto appunto di nuove ipotetiche euristiche morfologie, oltre la gamma illimitata di suggestioni organico-metamorfiche proposteci, mi sembra possano richiamare non tanto risultati di un’assunzione materiale e formale di esiti combustivi. Come invece accade nelle determinanti ferite di fiamma impietosamente inferte (in intenzione assertiva piuttosto che d’attesa euristica) nelle proprie “plastiche”, in particolare se trasparenti, da Burri: dense di suggestivi nessi allusivi soprattutto fisico-psichici in quelle formulate negli anni Sessanta. Quanto invece – e dunque all’inizio del decennio precedente – suggeriscano possibili confronti con un’implicita intenzionalità ispettiva nuova, rivolta all’intima processualità di configurazione della materia, intravedibile in una consapevolezza dinamica atomica e subatomica presente nei dipinti, appunto dichiaratamente “nucleari”, in particolare di Dova, d’esordio giovanile europeo. Tuttavia, mentre questi esplorava più una condizione ultima, endodinamica, di una ormai subentrata realtà cognitiva nuova materica primaria, dunque relativa alla sua genesi immanente, nell’intuizione immaginativa di Quintili mi sembrano implicite suggestioni, al confronto, invece proprio di più remota allusione: come appunto al conformarsi intrinseco della materia nella sua originaria dimensione cosmica, siderea (quasi implicitamente in certo modo affini a proiettive intuizioni prampoliniane di materialità cosmiche).

 

Nessuna parte dei testi pubblicati in questo sito può essere riprodotta senza il permesso degli autori. Sono a disposizione per ulteriori chiarimenti.